Milano offre il più ampio programma di mostre e appuntamenti culturali della penisola. In questa pagina puoi trovare una selezione sempre aggiornata delle migliori mostre di Milano che Milanoguida ha scelto per te, tra le quali spiccano quelle organizzate da Palazzo Reale. Trovi informazioni pratiche, una breve descrizione della mostra e le visite guidate disponibili, sempre condotte da guide turistiche abilitate e laureate in storia dell'arte per garantirti la massima qualità nella scoperta delle mostre e dei grandi tesori del panorama culturale di Milano.
Milanoguida: le visite guidate alle migliori mostre di Milano
La mostra "Kiefer. Alchimie", allestita presso la Sala delle cariatidi di Palazzo Reale, è un affascinante progetto site specific ideato dall'artista tedesco per la sede espositiva milanese finalizzato a far conoscere al grande pubblico figure femminili della storia spesso dimenticate.
Strutturato in trentotto monumentali teleri che dialogano con la potente bellezza delle cariatidini mutilate dai bombardamenti del 1943, il lavoro "Alchimiste" omaggia grandi figure di donne che hanno messo la loro intelligenza a servizio della medicina e della cosmesi grazie alla loro capacità di mescolare scienza e alchimia, magia e filosofia. Tra queste Caterina Sforza, figlia del duca Galeazzo Maria Sforza, condottiera, scienziata e autrice di un manoscritto contenente oltre 400 ricette per medicamenti e formule alchemiche. Accanto a lei altre donne - Isabella Cortese, Maria la Giudea, Marie Meudrac, Rebecca Vaughan, Mary Anne Atwood, Anne Marie Ziegler - le cui intelligenze furono denigrate, perseguitate e dimenticate.
Attento ai poteri creativi delle donne nella storia fin dai suoi esordi negli anni Settanta, Anselm Kiefer fa rivivere le alchimiste nelle sue tele dense di materia e dal forte valore simbolico dove le scarse notizie biografiche note offrono lo spunto per le visioni dell'artista. La manipolazione della natura attraverso pratiche in bilico tra scienza e magia trova il suo corrispettivo nella trasformazione della materia che avviene sotto le mani di Kiefer, artista da sempre attento ai temi della distruzione e rigenerazione.
La mostra "Alchimie di Anselm Kiefer" nello spazio della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è un generoso omaggio che l'artista tedesco ha voluto fare a Milano, nell'occasione dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, celebrando una figura come Caterina Sforza che testimonia come già dall'età rinascimentale la città si sia distinta per la sua vocazione alla ricerca scientifica e culturale.
La mostra "Arnaldo Pomodoro: una vita" alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala omaggia il grande scultore italiano nella ricorrenza del centenario della sua nascita.
Oltre quaranta opere provenienti dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro e dalle collezioni di Intesa Sanpaolo consentono di ripercorrere l'intera carriera dell'artista originario di Marciano di Romagna, dalla sua affermazione sulla scena italiana e internazionale tra gli anni Cinquanta e Sessanta fino agli ultimi progetti degli anni Duemila.
Formatosi presso l'Istituto d'Arte di Pesaro, Arnaldo Pomodoro esordisce negli anni dell'affermazione dell'informale nutrendosi della vivacità del contesto artistico romano e poi di quello milanese, che lo mettono in contatto con le ricerche d'avanguardia di Alberto Burri e Lucio Fontana. Dopo una prima produzione di altorilievi in cui compaiono le caratteristiche fenditure, Pomodoro si orienta verso la realizzazione di quei solidi geometrici - coni, sfere, piramidi, cubi - che diventeranno il tratto distintivo di tutto il suo lavoro. La perfezione della forma contasta e dialoga con l'imperfezione delle fenditure in un rapporto che interno ed esterno che si amplia verso l'ambiente circostante che si specchia sulla levigata superficie in bronzo.
Trasferitosi nel 1954 a Milano, è qui che il maestro ha lasciato alcuni di suoi interventi più imponenti come la Sfera grande nel cortile di Gallerie d'Italia, il Grande Disco di Piazza Meda, l'allestimento della Salla delle Armi del Museo Poldi Pezzoli, il Labirinto situato negli spazi sotterranei del complesso un tempo sede delle Officine Meccaniche Riva-Calzoni, senza dimenticare la Tomba Goglio al Cimitero Monumentale.
Con la mostra "Arnaldo Pomodoro: una vita" alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala Milano intende omaggiare il grande maestro che ha saputo rivoluzionare il concetto di materia e di scultura affermandosi come uno dei più importanti artisti internazionali vissuti a cavallo tra XX e XXI secolo.
La mostra "Bruttezza e bellezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento" ospitata alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala, offre una prospettiva inedita su uno dei periodi più importanti della storia dell'arte europea.
Prendendo in considerazione l'opera dei grandi maestri del Rinascimento italiano tra i quali Botticelli, Michelangelo e Tiziano e la produzione degli artisti di area nord-europea come Dürer, Cranach e i pittori fiamminghi, l'esposizione indaga le declinazioni che il "bello" e il "brutto" assumono a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Se nel primo Rinascimento le due categorie estestiche si contrappongo, rappresentando la bellezza la manifestazione dell'ideale classico e la bruttezza la deviazione da tale canoni per un'adesione realistica della Natura, nel Cinquecento l'opposizione tende ad attenuarsi in nome del prevalere del concetto di Artificio come strumento di in grado di modificare, correggendo o deformando, la Natura.
Nascono così nuove declinazioni di Bellezza e Bruttezza e si affermano fortunate categorie estetiche come il grottesco e la caricatura che da un lato caratterizzano certa produzione nord-europea, dall'altro si manifestano anche nell'arte italiana come testimonia, in mostra, un disegno attribuito a Leonardo e confrontabile con le sue ricerche sulla fisiognomica.
Organizzata in collaborazione con il Bozar-Centre for Fine Arts Brussels, la mostra propone al pubblico un centinaio di opere provenienti da collezioni private e prestigiosi musei internazionali, tra cui la National Gallery di Washington e il Philadelphia Museum of Art, in un continuo dialogo tra pittura italiana e nord-europea che mostra affinità e divergenze tra i due centri dell'arte rinascimentale.
Tra ritratti, soggetti allegorici e mitologici e scene di genere, la mostra "Bruttezza e bellezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento" alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala ci permette di scoprire come il concetto di Artificio abbia sovvertito i canoni della Bellezza dando vita a quella che può essere definita, con un'epressione solo apparentemente contraddittoria, una "bella bruttezza".
La mostra "Dalí e la moda", ospitata da Palazzo Reale a Milano, è un'occasione per scoprire un lato inedito e curioso della produzione del padre del Surrealismo, che ha saputo sperimentare la sua grande creatività anche nel campo della moda.
L'artista catalano si avvicina alla pratica del disegno sin da bambino; grazie al suo grande talento viene indirizzato agli studi artistici e frequenta l'Accademia di Belle Arti di Madrid senza, tuttavia, mai portare a termine gli studi poiché dimostra il suo spirito ribelle nei confronti dei docenti e della pratica artistica. Libero di seguire il suo istinto, si lascia influenzare dalla poetica surrealista conosciuta nella città spagnola ed effettua il suo primo viaggio nella fervente Parigi, un soggiorno che darà il via ad una carriera di successo tutta in ascesa, sia come artista che come personaggio dell'alta società.
Il percorso espositivo esplora il rapporto tra Salvadorì Dalí e il mondo della moda, a partire da sui primi contatti con i grandi stilisti del momento fino all'ideazione di una linea di moda surrealista.
Dalì compie i primi passi nel campo della moda a partire dall'incontro con la stilista Coco Chanel, con la quale nel 1929 ideò l’etichetta per il suo iconico profumo "Chanel N°5". Successivamente conosce anche Elsa Schiaparelli con la quale entra in una forte sintonia e per la quale disegna l'abito da sera "aragosta", una creazione provocatoria, legata ad un tema molto caro all'artista, quello dell'inconscio. Da non dimenticare la collezione di costumi da bagno surrealisti dal nome “Nightmare Beachwear”, che l'artista presentò in una sfilata irriverente a bordo piscina organizzata nella città di Parigi.
La mostra di "Dalí e la moda" a Milano, grazie alla collaborazione con importanti musei internazionali, permette di far luce sull'approccio utilizzato dall'artista in un campo artistico a lui poco familiare, nel quale ha dimostrato di saper trasporre il suo linguaggio originale e la sua forte personalità.
La mostra "Matisse. Il mondo in una stanza" allestita al MUDEC di Milano offre uno sguardo inconsueto sull'opera dell'artista francese proponendo un approfondimento sull'influenza su di lui esercitata dalle culture extraeuropee conosciute grazie ai viaggi e allo studio.
L'esposizione milanese vuole in particolar modo illustrare i contatti tra il lavoro di Matisse e l’arte di differenti culture e geografie - islamica, africana, russa, cinese e del Pacifico - evidenziando così come il linguaggio rivoluzionario di uno dei maestri delle avanguardie del Novecento sia frutto di continue contaminazione e di un profondo ripensamento della tradizione figurativa occidentale.
In mostra si potranno ammirare un centinaio di opere, tra dipinti, sculture, disegni e stampe, provenienti dai più prestigiosi musei internazionali, tra i quali il Museo d'Orsay di Parigi, il MoMA di New York e il Philadelphia Museum of Art. I lavori di Matisse dialogheranno con una preziosa selezione di oggetti e tessuti prestati dal Museo Matisse di Nizza e da altre importanti istituzioni per documentare il rapporto tra il linguaggio di Matisse e l'arte e l'artigianato dei paesi extraeuropei.
Ampio spazio verrà riservato ai libri d'artsita come Jazz, pubblicato nel 1947, e le illustrazioni delle Poésies di Mallarmé, edite nel 1932, e ai grandi progetti decorativi come i disegni della Cappella del Rosario a Vence, estrema manifestazione della vocazione poliedrica di Matisse
La mostra "Matisse. Il mondo in una stanza" al MUDEC di Milano è un'occasione imperdibile per scoprire l'opera del maestro francese da una prospettiva inedita e per risalire alle fonti della complessità, della ricchezza e della modernità del suo linguaggio.
La mostra “Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo” è un progetto espositivo che mette in luce l’icona messicana nella sua essenza di donna, artista e simbolo senza tempo.
L’esposizione si concentra su come, attraverso la fotografia, Frida Kahlo sia riuscita a imporre la propria immagine al mondo. Attenta e consapevole, ma anche capace di affidarsi allo sguardo dei grandi maestri che l’hanno immortalata, Frida utilizza questo potente strumento artistico e comunicativo per definire un’identità precisa: una rappresentazione che descrive la sua esteriorità ma che, soprattutto, cattura la sua intima essenza.
Il legame con la fotografia nasce già in tenera età, grazie al padre Guillermo, fotografo di professione, che la volle spesso come aiutante e modella nei suoi scatti. Cresciuta in un ambiente dove la fotografia era parte integrante della vita quotidiana, Frida sviluppò una profonda familiarità con questo linguaggio, che divenne per lei mezzo privilegiato di autorappresentazione. Persino nel 1925, durante la lunga convalescenza seguita al grave incidente che la costrinse a letto, trovò nella fotografia sollievo e stimolo creativo.
A partire dagli anni Trenta, segnati dai primi successi e dai viaggi internazionali, Frida intrecciò amicizie e collaborazioni con importanti fotografi, alcune delle quali sfociarono in relazioni amorose, come quella decennale con Nickolas Muray, autore di alcuni dei suoi ritratti più intensi e iconici.
Protagonisti della mostra saranno proprio questi ritratti, insieme a una sezione speciale dedicata alla Casa Azul, che include l’emozionante reportage realizzato nel 2005 da Graciela Iturbide all’interno del bagno di Frida.
Questo omaggio fotografico, invita a una riflessione profonda sul tema del sé: l’immagine come costruzione identitaria, lo sguardo come strumento di autorappresentazione e la fotografia come veicolo di memoria e mito.
La mostra di Francis Picabia a Palazzo Reale a Milano rende omaggio a uno degli artisti più eclettici, indipendenti e interessanti del Novecento.
Curata da Anne Berest-Picabia, pronipote dell'artista, la mostra milanese raccoglie oltre 150 opere provenienti da importanti musei e collezioni internazionali che documentano l'inesauribile spirito di ricerca di Picabia che lo ha portato a confrontarsi con i principali movimenti d'avangardia del Novecento, dal Cubismo al Fauvismo, dal Dadaismo al Surrealismo, fino all'Astrattismo.
Attraverso un allestimento caratterizzato da un suggestivo gioco di luci, la mostra ci invita idealmente a trascorrere una notte di festa in compagnia di Picabia e dei suoi amici colleghi tra i quali Man Ray e Marcel Duchamp, in un viaggio attraverso le menti più creative del Novecento e le implicazioni estetiche ed esistenziali della loro ricerca.
Tra disegni, libri illustrati, opere grafiche e dipinti, un imperdibile percorso per approfondire gli scambi intellettuali che hanno dato vita a uno dei momenti più vitali e rivoluzionari dell'arte del Novecento.
La mostra di Mimmo Rotella alla Fabbrica del Vapore di Milano rende omaggio, a poco più di vent'anni dalla sua scomparsa, a uno dei maestri italiani della Pop Art, divenuto celebre per la tecnica del décollage.
La mostra ripercorre la lunga carriera dell'artista calabrese formatosi artisticamente a Roma negli anni Quaranta. Dopo gli esordi nel segno della pittura astratto-geometrica ispirata ai lavori di Kandinskij e Mondrian, negli anni Cinquanta Rotella comprende le limitazioni a cui la pittura sottopone la sua poetica e approda così alla tecnica che lo renderà celebre, il décollage, che trasforma il manifesto pubblicitario in espressione artistica. Inizia pertanto a strappare le affiches dai muri di Roma, le applica su tela, le integra con interventi in studio rendendo il processo realizzativo parte integrante dell'opera.
Durante gli anni Sessanta i décollages hanno per protagonisti i manifesti del cinema e danno vita a opere diventate iconiche come quelle aventi come soggetto Marilyn Monroe. Protagonista del movimento Nouveau Realisme fondato del critico Pierre Restany, si avvicina per le sue riflessioni sul consumismo e la società di massa alle ricerche della Pop Art britannica e statunitense. Instancabile sperimentatore, nella sua carriera proverà altre tecniche come l'assemblages e ready-made.
La mostra di Mimmo Rotella alla Fabbrica del Vapore di Milano ci avvicina alla poetica di un artista che ha voluto con i suoi "strappi" andare oltre la superificie invitando lo spettatore a interpretare la realtà frammentaria del manifesto pubblicitario che da oggetto di consumo si eleva a opera d'arte.
La mostra "I Brueghel" ospitat a Palazzo Reale a Milano è una panoramica intensa e complessa su una dinastia di pittori che con la loro arte, arguta e originale, hanno saputo immortalare lo spitiro del Seicento.
Di Pieter Bruegel il Vecchio sappiamo poco, e quel poco ha il sapore della leggenda. Il suo biografo seicentesco Karel van Mander lo ricordava come un artista arguto e spiritoso, gloria duratura dei Paesi Bassi. Persino la data di nascita è incerta — tra il 1525 e il 1530 — in un villaggio chiamato Bröghel, da cui forse derivava il cognome di famiglia, peraltro tutt'altro che raro. Morì a Bruxelles nel 1569, poco più che quarantenne, lasciando due figli pittori: Pieter, detto "il Giovane" per distinguerlo dal padre, e Jan, a sua volta soprannominato "il Vecchio", genitore di "Jan il Giovane" e di Ambrosius.
È l'inizio di una dinastia attiva ben oltre la metà del Seicento, che arriva quasi a sfiorare la fine del secolo se si contano anche i parenti acquisiti: David Teniers il Giovane, che sposò una Brueghel, o Joseph van Bredael, che firmava con le iniziali "J B" — le stesse di quel Jan Brueghel che si sforzava di imitare. Una sequenza di nomi, un intreccio di omonimie e parentele in cui è facile perdersi.
Anche Pieter, il primogenito che aveva appena cinque anni alla morte del padre, dedicò la carriera a replicarne le opere — poche ma evidentemente assai richieste — traducendo in pittura disegni e incisioni. Per un equivoco fu soprannominato "Pieter Enfer": gli erano state attribuite alcune piccole scene infernali su rame in realtà dipinte dal fratello minore Jan, detto invece "dei Velluti" per la raffinata morbidezza della sua tavolozza.
Su una cosa, però, non c'è possibilità di confondersi: il primato assoluto spetta a Pieter il Vecchio, che nessun discendente — nemmeno quel Jan che pure svetta sugli altri — è mai riuscito a eguagliare. Un gigante della metà del Cinquecento, capace di rovesciare i valori di nobiltà e di grandezza dell'uomo su cui si reggeva la civiltà del Rinascimento. Pur avendo attraversato tutta l'Italia in circa due anni, da Roma fino allo Stretto di Messina, Bruegel non sembra nemmeno sfiorato dagli ideali umanistici: anzi li annienta, restituendo dell'uomo l'immagine più impietosa — deformata, sguaiata, grottesca — colto nel suo vano agitarsi tra miserie e banalità quotidiane, vizi e occupazioni, persino nell'evocazione dei grandi temi religiosi. È la messa in scena dell'insignificanza umana di fronte alla maestosità della natura. In questo il debito verso Hieronymus Bosch — recepito probabilmente già durante l'apprendistato presso Pieter Coecke van Aelst — è decisivo: sono le "diavolerie e buffonerie" che entrano stabilmente nel repertorio di Bruegel, quel «cafarnao diabolico e grottesco che si può interpretare soltanto come una sorta di grazia singolare e satanica», per dirla con Baudelaire.
È proprio questa vicenda — oltre un secolo di pittura fiamminga — il filo conduttore dell'imperdibile mostra "I Brueghel" a Palazzo Reale a Milano, che sottolinea il momento in cui i Brueghel e i loro contemporanei posero le basi dei grandi generi della pittura europea — il paesaggio, la natura morta, la scena di genere, l'allegoria.
La mostra "Oriana Fallaci" a Palazzo Reale a Milano rende omaggio, a vent'anni dalla sua scomparsa, a una delle più importanti scrittrici e giornaliste italiane del Novecento.
Attraverso oggetti personali, documenti, immagini e i ritratti fotografici dedicatigli da Ugo Mulas, Oliviero Toscani e Annie Leibovitz, l'esposizione milanese restituisce al contempo la dimensione pubblica e privata di un'intellettuale coraggiosa, indipendente e anticonformista. Approfondendo sia la vicenda professionale che quella personale della scrittrice, la mostra ripercorre i suoi più importanti reportage di guerra e le sue interviste alle più significative figure della storia del Novecento, tra i quali Henry Kissinger, Yasser Arafat e Mu'ammar Gheddafi.
In un percorso evocativo ed immersivo l'esposizione ci accompagna attraverso le battaglie sostenute da Oriana Fallaci attraverso posizioni spesso provocatorie e divisive, espresse nei suoi successi letterari mondiali, da Lettera a un bambino mai nato, sul tema della gravidanza e dell'aborto, a La rabbia e l'orgoglio, riflessione sulla civiltà occidentale all'indomani dell'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001.
La mostra su Oriana Fallaci a Palazzo Reale a Milano ci invita a scoprire la forza delle idee e l'eredità intellettuale di una grande giornalista del Novecento.
La mostra di Bruno Munari a Milano ripercorre la carriera di uno delle figure più interessanti di artista e designer del Novecento italiano.
Prendendo spunto dalla Mostra di Arte astratta e concreta, tenutasi a Palazzo Reale nel 1947, nella quale le opere di Kandinskij si ritrovarono a dialogare con i lavori dei maestri dell'astrazione italiana tra cui Rho, Veronesi e lo stesso Munari, l'esposizione illustra il ruolo fondamentale svolto da Milano e dalla ricerca di Munari nella ridefinizione della comunicazione visiva in una connotazione dinamica e interattiva.
Attraverso grandi sezioni tematiche dedicate all'osservazione, alla progettazione, alla fantasia e alla creazione, sarà possibile ripercorrere la genesi delle più geniali invenzioni di Munari e di comprendere la relazione nella sua produzione tra arte e tecnologia, l'importanza riservata al caso e la riflessione sul rapporto tra uomo e natura.
Affiancando il racconto del suo sperimentalismo artistico all'approfondimento sulle fasi progettuali delle sue invenzioni, la mostra di Bruno Munari a Palazzo Reale consente di conoscere a fondo l'opera di un'artista che con la sua originale e inesauribile fantasia ha saputo donare all'arte e al design un aspetto ludico, interattivo e dinamico che rivoluzionato i codici della comunicazione visiva e dell'espressione artistica.
La mostra di Giacometti a Milano, ospitata nella sede di Palazzo Reale, ripercorre la carriera del grande artista svizzero che fu a contatto con i movimenti d'avanguardia del primo Novecento mettendone il risalto il rapporto con l'Italia.
Organizzata in collaborazione con la Fondazione Giacometti di Parigi, attraverso un centinaio di opere tra dipinti, sculture, lettere e fotografie, l'esposizione sottolinea il ruolo fondamentantale dell'Italia nella biografia e nella formazione dell'artista a partire dalla scoperta del nostro Paese negli anni della gioventù fino al riconoscimento della Biennale di Venezia del 1962 con il Gran Premio per la scultura.
Particolare importanza rivestono nell'esposizione le sculture nate da confronto con il Cubismo e il Surrealismo esposte alla fine degli anni venti assieme ai cosiddetti "Italiani di Parigi" e i busti raffiguranti il fratello Diego eseguiti negli anni Sessanta a Chiavenna, nella casa di famiglia.
Grazie al confronto tra le opere di Giacometti e la ricca documentazione inedita conservata negli archivi della fondazione parigina, la mostra "Giacometti e l'Italia" a Palazzo Reale a Milano svela il ruolo fondamentale che l'Italia ha avuto nella carriera di un artista che ha saputo attraversare i principali movimenti d'avanguardia elaborando uno stile personale e una poetica in grado di trasferire nella materia il significato dell'esistenza.
La mostra di Chaïm Soutine a Palazzo Reale a Milano rappresenta la prima importante occasione espositiva italiana dedicata a un artista protagonista della panorama pittorico internazionale del primo Novecento, ma scarsamente noto nel nostro Paese.
Nato nel 1843 nella provincia di Minsk, nell'attuale Bielorussia, in una famiglia ebraica di condizioni modeste, Soutine divenne uno dei protagonisti della cosiddetta Scuola di Parigi grazie al trasferimento, nel 1912, nella capitale francese, dove entrò in contatto con artisti del calibro di March Chagall e Amedeo Modigliani. Qui si distinse per la stravagente scelta di dipingere nature morte di carcasse di animali, suo tema prediletto assieme ai ritratti e ai paesaggi dipinti duranti i soggiorni nel Sud della Francia.
Organizzata in tre sezioni tematiche dedicate al paesaggio, alla natura morta e al ritratto, la mostra milanese evidenzia l'originalità e la forza del linguaggio di un pittore che, guardando ai maestri del passato come El Greco, Diego Velázquez, Rembrandt e confrontandosi con i contemporanei, da Cézanne a Van Gogh, ha saputo rivoluzionare i generi tradizionali della pittura conferendo loro un nuovo valore introspettivo e comunicativo che anticipa le ricerche dell'espressionismo e arrivando ad esiti che influenzeranno grandi maestri del secondo Novecento come Willem de Kooning e Francis Bacon.
La mostra "Leonardo e il Nord" ospitata a Milano nella sede di Palazzo Reale si propone di indagare l'eredità esercitata dalla ricerca pittorica e dalla trattatistica di Leonardo sulla pittura dell'Europa settentrionale tra Cinque e Seicento.
Le teorie leonardesche ebbero un'ampia diffusione nell'Europa settentrionale grazie soprattutto al Codice Huygens, manoscritto cinquecentesco attribuito a Carlo Urbino e un tempo di proprietà dello scienziato olandese Constantijn Huygens. Il testo, oggi conservato alla Morgan Library di New York, in cui sono riproposti disegni e riflessioni di Leonardo sull'anatomia e sulla prospettiva, favorì, assieme alla circolazione di altri disegni e trattati a un vivace dibattito artistico tra Italia e Nord Europa che sfociò nelle edizioni olandesi del Trattato di Pittura.
Anche la pittura di Leonardo e i suoi punti cardine, dallo "sfumato" alla ricerca sulla luce fino all'elaborazione dei “moti dell’animo” ebbe grande influenza sui maestri del Seicento fiammingo e olandesi come documentano le riprese di Rembrandt e di Rubens, rispettivamente del Cenacolo e della Battaglia di Anghiari. A fare da tramite tra la tradizione leonardesca e la una certa propensione naturalistica tipicamente lombarda e la nuova sensibilità barocca del Nord fu l'opera di Caravaggio, altra figura centrale del percorso espositivo.
Attraverso importanti prestiti italiani e internazionali, la mostra "Leonardo e il Nord" a Palazzo Reale a Milano affronta un tema affascinante e poco indagato, il ruolo della ricerca leonardesca sullo spazio e sull'uomo nella definizione della nuova sensibilità barocca europea.