Milano offre il più ampio programma di mostre e appuntamenti culturali della penisola. In questa pagina puoi trovare una selezione sempre aggiornata delle migliori mostre di Milano che Milanoguida ha scelto per te, tra le quali spiccano quelle organizzate da Palazzo Reale. Trovi informazioni pratiche, una breve descrizione della mostra e le visite guidate disponibili, sempre condotte da guide turistiche abilitate e laureate in storia dell'arte per garantirti la massima qualità nella scoperta delle mostre e dei grandi tesori del panorama culturale di Milano.
Milanoguida: le visite guidate alle migliori mostre di Milano
Dopo il successo al Musèe d'Orsay di Parigi, la mostra di Paul Troubetzkoy approda a Milano per presentare la produzione originale e vibrante del "principe scultore".
Allestito negli spazi della Galleria d’Arte Moderna, il percorso espone circa 80 opere, mettendo a
confronto la scultura di Troubetzkoy con alcuni capolavori pittorici suoi contemporanei, come quelli di Giovanni Boldini e Joaquin Sorolla.
Le origini aristocratiche di Troubetzkoy, scontrandosi con il suo animo ribelle alimentato dalla difficoltà a sottostare a regole rigide, soprattutto in campo artistico, genera capolavori unici e straordinariamente efficaci, in grado di catturare ritratti, sensazioni ed atmosfere.
La passione per i soggetti colti dal vero si combina con il fascino delle tante e diverse influenze letterarie, artistiche, musicali derivanti dal vivace ambiente culturale che si sviluppa nella dimora familiare: le opere in mostra ben raccontano questo intrico di incontri con persone e con stili, che condurranno Troubetzkoy a magistrali ritratti come quelli di Giovanni Segantini, di Tolstoj e di Giacomo Puccini.
Influenzato dallo stile della Scapigliatura, grazie agli incontri con pittori come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni, Troubetzkoy realizza sia sculture di tipo celebrativo e commemorativo che opere più intime dedicate a temi familiari come la maternità e l'infanzia. Il suo stile, dal taglio impressionista, è caratterizzato da forme frastagliate e dall'incessante ricerca di un'espressività nei volti. Con il movimento artistico degli scapigliati condivide soprattutto l'anticonformismo e l'utilizzo della tecnica dello sfumato, che traspone in scultura ideando forme che si espandono nello spazio.
Da ricordare i numerosi busti dedicati a personaggi di spicco dell'epoca come Tolstoj, Gabriele D'Annunzio, Enrico Caruso tramite i quali cerca di immortalare la loro identità e personalità.
Frutto della cospicua collaborazione della Galleria d’Arte Moderna di Milano con il Museo d'Orsay, la mostra dedicata a Paul Troubetzkoy è una grande occasione per scoprire il valore della produzione di un artista in grado di donare alla materia espressività e movimento, non accontentandosi della mera rappresentazione visiva dei soggetti.
La mostra dedicata ai Macchiaioli a Palazzo Reale a Milano è una straordinaria occasione per esplorare uno dei movimenti più originali e dirompenti della storia dell'arte italiana.
Il movimento dei Macchiaioli, nato a Firenze nella seconda metà dell'Ottocento, ha rappresentano il punto di incontro tra tradizione e modernità, tra radici locali e visioni universali, tra semplicità e complessità: con la loro attenzione al dato reale, alle luci e alle ombre, agli effetti cromatici delle macchie di colore giustapposte e con la loro sensibilità per le tematiche sociali, i Macchiaioli hanno saputo restituire nei loro dipintiil volto di un'Italia in mutamento, con le sue bellezze e le sue problematiche, ma sempre nella sua verità più schietta e immediata.
Anticipatori per molti aspetti dell’arte dell'Impressionismo, i Macchiaioli hanno saputo rinnovare l'arte rappresentando il reale attraverso una combinazione sapiente di colori e luci: mentre il legame con la luce è forse l’elemento più distintivo della pittura dei Macchiaioli, le pennellate solide e materiche concorrono a conferire solidità alla struttura pittorica e, rappresentando l’interazione tra luce e materia, riescono a comporre opere che vibrano di energia e dinamismo visivo. I contrasti cromatici non sono mai casuali, ma studiati per rendere l’atmosfera del momento, il passaggio di una nuvola, il calore di un pomeriggio estivo o l’ombra fresca di un albero.
Contadini, lavoratori, madri e soldati diventano i protagonisti di una pittura che restituisce con straordinaria immediatezza le fatiche e le gioie della vita quotidiana, nella quale i soggetti sono colti in gesti semplici ma densi di significato, illuminati da una luce che esalta la loro presenza umana e il contesto che li circonda.
La mostra sui Macchiaioli a Palazzo Reale a Milano permette di riscoprire, attraverso una nutrita selezione di capolavori dei più grandi esponenti del movimento, l’unicità di un gruppo di artisti che, con la loro “rivoluzione della macchia”, hanno saputo restituire la poesia del reale, aprendo nuove strade nell’arte e nella percezione del mondo, in cui il colore e la luce raccontano storie di paesaggi, persone e momenti, trasportando i visitatori nel cuore pulsante dell’Italia dell’Ottocento.
La mostra "Il senso della neve" al Mudec di Milano intende offrire un approfondimento di ampio raggio su un tema che si pone in chiara relazione con la grande manifestazione sportiva delle Olimpiadi invernali Milano Cortina che si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio 2026.
La neve è al centro di un'esposizione che parte da un approccio scientifico per approdare verso orizzonti di carattare culturale e artistico. Elemento naturale di straordinario fascino per la sua caratteristica struttura a cristalli, la neve ha sempre catturato l'attenzione degli artisti, dall'epoca degli affreschi medievali dedicati ai mesi - si pensi alla torre dell'Aquila del Castello di Trento - alla pittura dell'Ottocento, in cui pianure e vette imbiancate popolano le tele di Monet, le vedute urbane della tradizione lombarda e i quadri dei Divisionisti. Accanto alle opere degli artisti europei non vanno dimenticate le splendide stampe giapponesi dedicate al tema. In mostra sarà possibile ammirare un suggestivo confronto sulla rappresentazine della neve tra la tradizione occidentale e quella orientale.
Arricchisce l'esposizione un approfondimento di taglio antropologico che, grazie ai prestiti della rete MIPAM (Musei Italiani con Patrimonio dal Mondo), illustra il rapporto le culture dei popoli artici e della Terra del Fuoco intrattengono con la neve per il tramite di pratiche magico-religiose.
La mostra "Il senso della neve" al Mudec di Milano è un'esposizione multidisciplinare di grande fascino che mettendo in dialogo scienza, arte e antropologia ci propone uno sguardo inedito sul fenomeno naturale che da sempre affascina di più l'essere umano.
La mostra "100 fotografie per ereditare il mondo" al MUDEC di Milano offre l'occasione per ripercorrere la storia della fotografia e al contempo la storia dell'umanità.
Attraverso una selezione di cento scatti, allestiti in sei sezioni, l'esposizione illustra due secoli di storia della fotografia, dalle sperimentazioni ottocentesche dei dagherrotipi all'affermazione delle avanguardie novecentesche che, con figure quali Man Ray, André Kertész e Henri Cartier-Bresson, segnano il passaggio da una concezione della fotografia come mezzo di registrazione della realtà a forma di invenzione ed espressione.
In particolare la mostra indaga le varie declinazioni della fotografia, da strumento di memoria come nel caso delle fotografie di Grand Zero di Joel Meyerowitz, a esteriozizzaione della dimensione intima e psicologica come nell'opera di Robert Mapllethorpe, a linguaggio evocativo capace di reinventare il reale, come negli scatti di David LaChappelle. Completa l'esposizione uno sguardo sugli autori del XXI secolo, il cui lavoro offre una riflessione sui temi della contemporaneità, come l'identità di genere, la crisi ambientale, le migrazioone, i conflitti bellici e sociali.
La mostra "100 fotografie per ereditare il mondo" al Mudec di Milano svela il ruolo fondamentale che la fotografia ha avuto nel raccontare, interpretare e reinventare la realtà procedendo di pari passo alla storia dell'umanità.
La mostra "Kiefer. Alchimie", allestita presso la Sala delle cariatidi di Palazzo Reale, è un affascinante progetto site specific ideato dall'artista tedesco per la sede espositiva milanese finalizzato a far conoscere al grande pubblico figure femminili della storia spesso dimenticate.
Strutturato in trentotto monumentali teleri che dialogano con la potente bellezza delle cariatidini mutilate dai bombardamenti del 1943, il lavoro "Alchimiste" omaggia grandi figure di donne che hanno messo la loro intelligenza a servizio della medicina e della cosmesi grazie alla loro capacità di mescolare scienza e alchimia, magia e filosofia. Tra queste Caterina Sforza, figlia del duca Galeazzo Maria Sforza, condottiera, scienziata e autrice di un manoscritto contenente oltre 400 ricette per medicamenti e formule alchemiche. Accanto a lei altre donne - Isabella Cortese, Maria la Giudea, Marie Meudrac, Rebecca Vaughan, Mary Anne Atwood, Anne Marie Ziegler - le cui intelligenze furono denigrate, perseguitate e dimenticate.
Attento ai poteri creativi delle donne nella storia fin dai suoi esordi negli anni Settanta, Anselm Kiefer fa rivivere le alchimiste nelle sue tele dense di materia e dal forte valore simbolico dove le scarse notizie biografiche note offrono lo spunto per le visioni dell'artista. La manipolazione della natura attraverso pratiche in bilico tra scienza e magia trova il suo corrispettivo nella trasformazione della materia che avviene sotto le mani di Kiefer, artista da sempre attento ai temi della distruzione e rigenerazione.
La mostra "Alchimie di Anselm Kiefer" nello spazio della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è un generoso omaggio che l'artista tedesco ha voluto fare a Milano, nell'occasione dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, celebrando una figura come Caterina Sforza che testimonia come già dall'età rinascimentale la città si sia distinta per la sua vocazione alla ricerca scientifica e culturale.
La mostra "Arnaldo Pomodoro: una vita" alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala omaggia il grande scultore italiano nella ricorrenza del centenario della sua nascita.
Oltre quaranta opere provenienti dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro e dalle collezioni di Intesa Sanpaolo consentono di ripercorrere l'intera carriera dell'artista originario di Marciano di Romagna, dalla sua affermazione sulla scena italiana e internazionale tra gli anni Cinquanta e Sessanta fino agli ultimi progetti degli anni Duemila.
Formatosi presso l'Istituto d'Arte di Pesaro, Arnaldo Pomodoro esordisce negli anni dell'affermazione dell'informale nutrendosi della vivacità del contesto artistico romano e poi di quello milanese, che lo mettono in contatto con le ricerche d'avanguardia di Alberto Burri e Lucio Fontana. Dopo una prima produzione di altorilievi in cui compaiono le caratteristiche fenditure, Pomodoro si orienta verso la realizzazione di quei solidi geometrici - coni, sfere, piramidi, cubi - che diventeranno il tratto distintivo di tutto il suo lavoro. La perfezione della forma contasta e dialoga con l'imperfezione delle fenditure in un rapporto che interno ed esterno che si amplia verso l'ambiente circostante che si specchia sulla levigata superficie in bronzo.
Trasferitosi nel 1954 a Milano, è qui che il maestro ha lasciato alcuni di suoi interventi più imponenti come la Sfera grande nel cortile di Gallerie d'Italia, il Grande Disco di Piazza Meda, l'allestimento della Salla delle Armi del Museo Poldi Pezzoli, il Labirinto situato negli spazi sotterranei del complesso un tempo sede delle Officine Meccaniche Riva-Calzoni, senza dimenticare la Tomba Goglio al Cimitero Monumentale.
Con la mostra "Arnaldo Pomodoro: una vita" alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala Milano intende omaggiare il grande maestro che ha saputo rivoluzionare il concetto di materia e di scultura affermandosi come uno dei più importanti artisti internazionali vissuti a cavallo tra XX e XXI secolo.
La mostra "Bruttezza e bellezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento" ospitata alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala, offre una prospettiva inedita su uno dei periodi più importanti della storia dell'arte europea.
Prendendo in considerazione l'opera dei grandi maestri del Rinascimento italiano tra i quali Botticelli, Michelangelo e Tiziano e la produzione degli artisti di area nord-europea come Dürer, Cranach e i pittori fiamminghi, l'esposizione indaga le declinazioni che il "bello" e il "brutto" assumono a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Se nel primo Rinascimento le due categorie estestiche si contrappongo, rappresentando la bellezza la manifestazione dell'ideale classico e la bruttezza la deviazione da tale canoni per un'adesione realistica della Natura, nel Cinquecento l'opposizione tende ad attenuarsi in nome del prevalere del concetto di Artificio come strumento di in grado di modificare, correggendo o deformando, la Natura.
Nascono così nuove declinazioni di Bellezza e Bruttezza e si affermano fortunate categorie estetiche come il grottesco e la caricatura che da un lato caratterizzano certa produzione nord-europea, dall'altro si manifestano anche nell'arte italiana come testimonia, in mostra, un disegno attribuito a Leonardo e confrontabile con le sue ricerche sulla fisiognomica.
Organizzata in collaborazione con il Bozar-Centre for Fine Arts Brussels, la mostra propone al pubblico un centinaio di opere provenienti da collezioni private e prestigiosi musei internazionali, tra cui la National Gallery di Washington e il Philadelphia Museum of Art, in un continuo dialogo tra pittura italiana e nord-europea che mostra affinità e divergenze tra i due centri dell'arte rinascimentale.
Tra ritratti, soggetti allegorici e mitologici e scene di genere, la mostra "Bruttezza e bellezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento" alle Gallerie d'Italia di Piazza della Scala ci permette di scoprire come il concetto di Artificio abbia sovvertito i canoni della Bellezza dando vita a quella che può essere definita, con un'epressione solo apparentemente contraddittoria, una "bella bruttezza".
La mostra "Dalí e la moda", ospitata da Palazzo Reale a Milano, è un'occasione per scoprire un lato inedito e curioso della produzione del padre del Surrealismo, che ha saputo sperimentare la sua grande creatività anche nel campo della moda.
L'artista catalano si avvicina alla pratica del disegno sin da bambino; grazie al suo grande talento viene indirizzato agli studi artistici e frequenta l'Accademia di Belle Arti di Madrid senza, tuttavia, mai portare a termine gli studi poiché dimostra il suo spirito ribelle nei confronti dei docenti e della pratica artistica. Libero di seguire il suo istinto, si lascia influenzare dalla poetica surrealista conosciuta nella città spagnola ed effettua il suo primo viaggio nella fervente Parigi, un soggiorno che darà il via ad una carriera di successo tutta in ascesa, sia come artista che come personaggio dell'alta società.
Il percorso espositivo esplora il rapporto tra Salvadorì Dalí e il mondo della moda, a partire da sui primi contatti con i grandi stilisti del momento fino all'ideazione di una linea di moda surrealista.
Dalì compie i primi passi nel campo della moda a partire dall'incontro con la stilista Coco Chanel, con la quale nel 1929 ideò l’etichetta per il suo iconico profumo "Chanel N°5". Successivamente conosce anche Elsa Schiaparelli con la quale entra in una forte sintonia e per la quale disegna l'abito da sera "aragosta", una creazione provocatoria, legata ad un tema molto caro all'artista, quello dell'inconscio. Da non dimenticare la collezione di costumi da bagno surrealisti dal nome “Nightmare Beachwear”, che l'artista presentò in una sfilata irriverente a bordo piscina organizzata nella città di Parigi.
La mostra di "Dalí e la moda" a Milano, grazie alla collaborazione con importanti musei internazionali, permette di far luce sull'approccio utilizzato dall'artista in un campo artistico a lui poco familiare, nel quale ha dimostrato di saper trasporre il suo linguaggio originale e la sua forte personalità.
La mostra "Matisse. Il mondo in una stanza" allestita al MUDEC di Milano offre uno sguardo inconsueto sull'opera dell'artista francese proponendo un approfondimento sull'influenza su di lui esercitata dalle culture extraeuropee conosciute grazie ai viaggi e allo studio.
L'esposizione milanese vuole in particolar modo illustrare i contatti tra il lavoro di Matisse e l’arte di differenti culture e geografie - islamica, africana, russa, cinese e del Pacifico - evidenziando così come il linguaggio rivoluzionario di uno dei maestri delle avanguardie del Novecento sia frutto di continue contaminazione e di un profondo ripensamento della tradizione figurativa occidentale.
In mostra si potranno ammirare un centinaio di opere, tra dipinti, sculture, disegni e stampe, provenienti dai più prestigiosi musei internazionali, tra i quali il Museo d'Orsay di Parigi, il MoMA di New York e il Philadelphia Museum of Art. I lavori di Matisse dialogheranno con una preziosa selezione di oggetti e tessuti prestati dal Museo Matisse di Nizza e da altre importanti istituzioni per documentare il rapporto tra il linguaggio di Matisse e l'arte e l'artigianato dei paesi extraeuropei.
Ampio spazio verrà riservato ai libri d'artsita come Jazz, pubblicato nel 1947, e le illustrazioni delle Poésies di Mallarmé, edite nel 1932, e ai grandi progetti decorativi come i disegni della Cappella del Rosario a Vence, estrema manifestazione della vocazione poliedrica di Matisse
La mostra "Matisse. Il mondo in una stanza" al MUDEC di Milano è un'occasione imperdibile per scoprire l'opera del maestro francese da una prospettiva inedita e per risalire alle fonti della complessità, della ricchezza e della modernità del suo linguaggio.
La mostra “Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo” è un progetto espositivo che mette in luce l’icona messicana nella sua essenza di donna, artista e simbolo senza tempo.
L’esposizione si concentra su come, attraverso la fotografia, Frida Kahlo sia riuscita a imporre la propria immagine al mondo. Attenta e consapevole, ma anche capace di affidarsi allo sguardo dei grandi maestri che l’hanno immortalata, Frida utilizza questo potente strumento artistico e comunicativo per definire un’identità precisa: una rappresentazione che descrive la sua esteriorità ma che, soprattutto, cattura la sua intima essenza.
Il legame con la fotografia nasce già in tenera età, grazie al padre Guillermo, fotografo di professione, che la volle spesso come aiutante e modella nei suoi scatti. Cresciuta in un ambiente dove la fotografia era parte integrante della vita quotidiana, Frida sviluppò una profonda familiarità con questo linguaggio, che divenne per lei mezzo privilegiato di autorappresentazione. Persino nel 1925, durante la lunga convalescenza seguita al grave incidente che la costrinse a letto, trovò nella fotografia sollievo e stimolo creativo.
A partire dagli anni Trenta, segnati dai primi successi e dai viaggi internazionali, Frida intrecciò amicizie e collaborazioni con importanti fotografi, alcune delle quali sfociarono in relazioni amorose, come quella decennale con Nickolas Muray, autore di alcuni dei suoi ritratti più intensi e iconici.
Protagonisti della mostra saranno proprio questi ritratti, insieme a una sezione speciale dedicata alla Casa Azul, che include l’emozionante reportage realizzato nel 2005 da Graciela Iturbide all’interno del bagno di Frida.
Questo omaggio fotografico, invita a una riflessione profonda sul tema del sé: l’immagine come costruzione identitaria, lo sguardo come strumento di autorappresentazione e la fotografia come veicolo di memoria e mito.
La mostra "I Brueghel" ospitat a Palazzo Reale a Milano è una panoramica intensa e complessa su una dinastia di pittori che con la loro arte, arguta e originale, hanno saputo immortalare lo spitiro del Seicento.
Di Pieter Bruegel il Vecchio sappiamo poco, e quel poco ha il sapore della leggenda. Il suo biografo seicentesco Karel van Mander lo ricordava come un artista arguto e spiritoso, gloria duratura dei Paesi Bassi. Persino la data di nascita è incerta — tra il 1525 e il 1530 — in un villaggio chiamato Bröghel, da cui forse derivava il cognome di famiglia, peraltro tutt'altro che raro. Morì a Bruxelles nel 1569, poco più che quarantenne, lasciando due figli pittori: Pieter, detto "il Giovane" per distinguerlo dal padre, e Jan, a sua volta soprannominato "il Vecchio", genitore di "Jan il Giovane" e di Ambrosius.
È l'inizio di una dinastia attiva ben oltre la metà del Seicento, che arriva quasi a sfiorare la fine del secolo se si contano anche i parenti acquisiti: David Teniers il Giovane, che sposò una Brueghel, o Joseph van Bredael, che firmava con le iniziali "J B" — le stesse di quel Jan Brueghel che si sforzava di imitare. Una sequenza di nomi, un intreccio di omonimie e parentele in cui è facile perdersi.
Anche Pieter, il primogenito che aveva appena cinque anni alla morte del padre, dedicò la carriera a replicarne le opere — poche ma evidentemente assai richieste — traducendo in pittura disegni e incisioni. Per un equivoco fu soprannominato "Pieter Enfer": gli erano state attribuite alcune piccole scene infernali su rame in realtà dipinte dal fratello minore Jan, detto invece "dei Velluti" per la raffinata morbidezza della sua tavolozza.
Su una cosa, però, non c'è possibilità di confondersi: il primato assoluto spetta a Pieter il Vecchio, che nessun discendente — nemmeno quel Jan che pure svetta sugli altri — è mai riuscito a eguagliare. Un gigante della metà del Cinquecento, capace di rovesciare i valori di nobiltà e di grandezza dell'uomo su cui si reggeva la civiltà del Rinascimento. Pur avendo attraversato tutta l'Italia in circa due anni, da Roma fino allo Stretto di Messina, Bruegel non sembra nemmeno sfiorato dagli ideali umanistici: anzi li annienta, restituendo dell'uomo l'immagine più impietosa — deformata, sguaiata, grottesca — colto nel suo vano agitarsi tra miserie e banalità quotidiane, vizi e occupazioni, persino nell'evocazione dei grandi temi religiosi. È la messa in scena dell'insignificanza umana di fronte alla maestosità della natura. In questo il debito verso Hieronymus Bosch — recepito probabilmente già durante l'apprendistato presso Pieter Coecke van Aelst — è decisivo: sono le "diavolerie e buffonerie" che entrano stabilmente nel repertorio di Bruegel, quel «cafarnao diabolico e grottesco che si può interpretare soltanto come una sorta di grazia singolare e satanica», per dirla con Baudelaire.
È proprio questa vicenda — oltre un secolo di pittura fiamminga — il filo conduttore dell'imperdibile mostra "I Brueghel" a Palazzo Reale a Milano, che sottolinea il momento in cui i Brueghel e i loro contemporanei posero le basi dei grandi generi della pittura europea — il paesaggio, la natura morta, la scena di genere, l'allegoria.