/NEWS   

TINTORETTO e l'arte ai tempi della peste

Redazione Milanoguida - 5 aprile 2020

Nell’estate del 1575 una tremenda epidemia di peste si abbatté sulla città di Venezia. 

La città era da sempre molto esposta ai pericoli di contagio, essendo al centro di una fitta rete di tratte commerciali e crocevia dal quale transitavano persone provenienti da tutte le parti del mondo allora conosciuto. Venezia era molto popolata all’epoca: si stima che l’epidemia di peste falcidiò all’incirca 50.000 persone, pressappoco un terzo della popolazione dell’intera città. Una vera catastrofe, di cui abbiamo precisi e dolorosi resoconti conservati tra le carte degli archivi della città. 

 

Nel pieno dell’emergenza, il 4 settembre 1576, il Senato decise che il Doge dovesse fare un voto: promettere di edificare una chiesa dedicata a Cristo Redentore, affinché lo stesso intercedesse per far cessare l’epidemia. 

 

Quando il famoso architetto Andrea Palladio (1508-1580) diede inizio ai lavori per la Basilica nel maggio del 1577, la pestilenza non era ancora cessata. Solo pochi mesi dopo, però, il 13 luglio 1577 l’epidemia venne dichiarata ufficialmente estinta. La chiesa di Palladio divenne nota come la Basilica del Redentore, o Il Redentore: uno straordinario edificio costruito sull’Isola della Giudecca, ancora oggi fulcro della festa del Redentore, celebrata ogni anno in memoria dell’estinta pestilenza.

 

Tuttavia, in quegli anni Palladio non era il solo artista a essere rimasto operativo, nonostante l’inferno in cui era sprofondata la città. Ve ne era un altro, il cui nome resterà per sempre indissolubilmente legato alla peste di Venezia: Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1518-1594).

 

Nato a Venezia, figlio di un tintore (ragion per cui venne soprannominato Tintoretto) e chiamato “il furioso” per la velocità del dipingere e la profonda espressività veicolata nelle sue opere, Tintoretto negli anni della peste era impegnato in quella che divenne la sua più importante eredità artistica: la decorazione della Scuola Grande di San Rocco e dell’attigua chiesa.

 

Così come le altre “scuole” veneziane, la Scuola Grande di San Rocco era una confraternita con finalità di carità e mutuo soccorso, soprattutto in tempo di pestilenza. Il suo santo patrono, infatti, era ed è il protettore delle epidemie e degli infetti, e il suo corpo è sepolto proprio nell’omonima chiesa veneziana, per la quale Tintoretto aveva già eseguito un capolavoro nel 1549, un dipinto raffigurante San Rocco che risana gli appestati.  L’opera destò grande stupore, non solo per le sue tinte fosche e per le violente diagonali compositive, ma anche perché era la prima volta che la peste veniva rappresentata con tanta verità. Tintoretto decise infatti di ambientare la scena all’interno del Lazzaretto veneziano, conferendo così alla narrazione una tremenda verosimiglianza. Una spaventosa realtà che i veneziani avrebbero scoperto di lì a qualche anno. 


Passarono gli anni, e per Tintoretto non arrivano più commissioni dalla Scuola di San Rocco. L’occasione si ripresentò però nel 1564, quando la Scuola bandì un concorso per la decorazione del soffitto nella Sala dell’Albergo della Scuola. Il dipinto ovale da realizzare doveva rappresentare La Gloria di San Rocco. Parteciparono i più grandi artisti presenti a Venezia, cui era stato chiesto di presentare un disegno con le proprie idee. La leggenda narra che Tintoretto non presentò un disegno come tutti, ma completò invece una tela che riuscì a installare sul soffitto della Sala, con grande sgomento di tutti, che gridarono all’inganno.

 

Tintoretto si difese dicendo che regalava la tela alla Scuola, ben sapendo che per statuto la Scuola non poteva rifiutare doni. La furbizia imprenditoriale dell’artista ottenne i risultati sperati: la Scuola non solo tenne la tela, ma decise anche di affidare a Tintoretto la decorazione dell’intero soffitto. L’anno successivo, nel 1565, Tintoretto divenne addirittura membro della Scuola di San Rocco, di fatto divenendone il pittore ufficiale e guadagnandosi così l’incarico di decorare le pareti della Sala dell’Albergo, il presbiterio della chiesa di San Rocco e la Sala Terrena della Scuola. 

 

In questo modo Tintoretto legò per sempre il suo nome a quello della Scuola di San Rocco, dando vita a opere straordinarie ed altamente emozionanti, oltre che rivoluzionarie. 

Negli anni della peste, poi, Tintoretto non si fermò. La malattia non colpì né lui né la sua famiglia, e continuò a lavorare con passione e alacrità. Non fu così per il più anziano e rivale Tiziano (1488/90-1576), che purtroppo nell’agosto del 1576 morì proprio a causa dell’epidemia.

 

Le opere che Tintoretto realizzò in quei terribili anni restano come imprese monumentali, non solo da un punto di vista artistico ma anche come testimonianza della grandezza dell’animo umano che si erge sopra le peggiori catastrofi, desiderosa di creare Bellezza.

 

Questo e molto altro è narrato del docu-film che SKY Arte ha realizzato, dal titolo Tintoretto – Un ribelle a Venezia e che in questi giorni è disponibile per tutti, anche per i non abbonati: https://arte.sky.it/temi/streaming-27-marzo-ingresso-libero-veneto-tintoretto/

 

Per maggiori informazioni sulla Scuola Grande di San Rocco a Venezia: http://www.scuolagrandesanrocco.org/home/

 

 

https://arte.sky.it/temi/streaming-27-marzo-ingresso-libero-veneto-tintoretto/https://arte.sky.it/temi/streaming-27-marzo-ingresso-libero-veneto-tintoretto/

 

 /ALTRE NEWS, CURIOSITÀ, APPROFONDIMENTI  


 / VISITE GUIDATE CORRELATE