mer

01

ott

2014

Millet e una notte

Era la metà dell’Ottocento quando in Francia, un modesto pittore chiamato Jean-Francoise Millet si trasferì a Barbizon, poco lontano dalla foresta di Fontainebleu. La frugalità della vita dei campi, l’esistenza semplice del mondo agreste lo conquistarono per sempre: nelle sue opere comparve la magia della Natura che si fonde con l’esperienza umana, tra i suoi colori si poteva respirare quella sorpresa semplice e insieme profondissima che è propria di tutti gli uomini di fronte allo spettacolo ineluttabile ed eterno della Natura.

Trent’anni dopo, le emozioni dipinte da Millet avrebbero ispirato altri due grandi cantori della meraviglia del creato: Van Gogh e Segantini, due animi opposte, due pittori geograficamente lontani, due situazioni umane agli antipodi che tuttavia hanno in comune l’aver sviluppato una filosofia dipinta della Terra. Tragica e nervosa quella di Van Gogh, sognante e pacifica quella di Segantini, il primo vicino agli umili per un senso di pietà e commiserazione che sentiva vivo su se stesso, il secondo interprete di una Natura che era l’espressione stessa della divinità. 


Van Gogh, in quell’Olanda che colse ben presto l’importanza di Segantini. Segantini, nella quiete di una solitudine svizzera che avrebbe angosciato Van Gogh. Van Gogh, poi, in quella Francia che Segantini sognava di conoscere e che non avrebbe mai potuto visitare. Segantini, circondato da una famiglia e dagli ammiratori che Van Gogh non riuscì mai ad avere attorno a sé.

Per Van Gogh la Natura diventerà espressione di un sentimento tragico e angoscioso, scorcio di un ambiente che è specchio dei deserti interiori, in cui le pennellate vigorose di colore sono come spasmi di un animo ribollente, alla continua ricerca di una quiete che non troverà mai. 

Una pace assoluta è invece quella che trova Segantini nei suoi paesaggi alpini quando, lasciatosi il mondo alle spalle, se ne andrà con la famiglia sempre più in alto, su, sulle montagne dei Grigioni e poi ancora più su, tra i paesaggi incontaminati dell’Engadina, raccontati con la leggerezza di una tecnica divisionista che esprime l’unione cosmica di tutti gli esseri viventi al cospetto della Natura. 


Questa storia di vite parallele, simili ma diversissime, finisce con una notte. Una notte stellata per Van Gogh, allucinazione cromatica di un malessere sempre crescente, in cui le nuvole e gli astri si contorcono su se stessi in un groviglio che altro non è se non il malessere del pittore nel mondo, quello stesso malessere che lo porterà, poco meno di un anno dopo, a porre fine alle proprie sofferenze, a spegnere definitivamente i suoi colori.

 

Una notte gelida quella di Segantini, salito sul monte Schafberg per cogliere al meglio la grandiosità della Natura: morì in quel buio che segna il passo tra le giornate luminose dei suoi dipinti, circondato dalla famiglia e dalle sue adorate montagne, che gli suggerirono l’ultimo soffio di quella pace cosmica che finalmente aveva trovato. 

Van Gogh, Segantini. Due geni assoluti scomparsi precocemente, spenti da una notte che gettò il buio sui loro corpi, ma resi infiniti da una luce che ancora oggi brilla su di loro e sui loro immensi capolavori.

 

 

Mostra di Segantini a Milano, Palazzo Reale

Mostra di Van Gogh a Milano, Palazzo Reale


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